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Scienza & metodo Biostoria

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Prof. Antonia Colamonico, epistemologa.

Centro Studi - Acquaviva F. (BA)

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aula cenacolo

giovedì 3 aprile 2008

Il pensiero creativo e il ruolo del futuro nella dinamica bioStorica:Restaurazione e Risorgimenti

di Antonia Colamonico


(In Pianetascuola, n° 3, lug.-sett. pp. 3-6, Ed. IRFOS – Bari. 2005.)

La tragica spirale di azioni violente, non ultimi gli attentati di Londra e di Sharm el Sheik, sta mostrando l’altra faccia della Globalizzazione: all’unificazione dei mercati, delle procedure, delle mode, delle tecnologie, procede di pari passo l’unificazione sia delle mafie nazionali, che tendono ad internazionalizzarsi nei vari traffici clandestini, sia delle forme violente di opposizione alle classi dirigenziali, più o meno, democratiche. Si direbbe che si siano messe in atto due forze contrarie che in nome della Globalizzazione tendano a farsi fuori, vicendevolmente:

  • Da un lato lo Stato di diritto che in nome della legalità, tende a mettere ordine nella complessità del nuovo sistema mondiale e, dall’altro lato, il dominio di ristretti nuclei delinquenziali organizzati, fortemente aggressivi, che tendono a universalizzare l’illegalità.
  • Da un lato i Governi che tendono ad accelerare il cambiamento delle economie nazionali e dall’altro le ataviche supremazie baronali, non importa se religiose o economiche o culturali, che tendono a bloccare il cambiamento, in nome di una roccificata tradizione.

Certo chi credeva che con la Globalizzazione si sarebbero eliminate le contraddizioni o meglio estirpate le grettezze locali, ha peccato di superficialità. Ascoltando un qual si voglia telegiornale, si ha la sensazione di una follia collettiva che sta, di fatto, minando le basi della convivenza civile e, in tale stato d’insicurezza, si fanno spazio gli echi di catastrofi bibliche, di novelli periodi bui che sembrano appressarsi alle porte della Storia.

Riflettendo sul Presente, emerge una grave crisi di giudizio: si è creduto possibile poter gestire la complessità di una Società a struttura Mondo, con i vecchi paradigmi delle società nazionali.

Per comprendere il grave errore paradigmatico, bisogna addentrarsi, ad esempio, nelle politiche messe in atto nell’Ottocento per comprendere che nazionalità e universalità non sono solamente semplici parole, ma bensì due modi differenti di vedere e di valutare. Se dico la Nazione italiana, implicitamente, associo a tale nozione un insieme di aree geografiche, di modi di vita, di idee e luoghi comuni, ecc. che, restando stabili nel tempo, tendono a creare un modello unico di società. A partire, infatti, dal 1861 l’Italia si identificava in uno Stato isola, cioè uno stato circoscritto da un confine-frontiera che ne garantiva un grado elevato di autonomia; certo c’erano stati dei sistemi di alleanze commerciali e politiche, ma la sovranità era nello stesso Stato italiano che proponeva in modo più o meno democratico le linee di futuro, alle quali erano indirizzate le procedure giuridiche, economiche ed educative.

  • Ma cosa è cambiato oggi?

Lo Stato italiano è sovrano per un terzo: c’è stata un’emorragia di poteri verso le autonomie regionali e verso la Comunità europea. Le tre differenti realtà istituzionali non sempre remano nella stessa direzione e ciò crea degli stalli organizzativi, dei ritardi burocratici, dei conflitti di potere che ricadono sul malgoverno della stessa Italia. La crisi in atto è sempre più complessa e non può essere letta con i semplici occhiali ottocenteschi del dualismo destra/sinistra.

Si direbbe, poi, che la stessa Europa stia nascendo/morendo insieme, come un bambino, nato vecchio. Nasce come realtà politica e muore come realtà socio-economica: si pensi ai flussi migratori extra-europei, all’affacciarsi delle neoeconomie asiatiche.

Le stesse carte di lettura degli scenari mondiali si stanno lacerando e in tale sconvolgimento le tradizionali logiche interpretative dei fenomeni si fanno stridenti. Si direbbe quasi che, come sostiene E. Morin, la Cultura Meccanicistica che fa da sfondo alla Società Industriale, sia giunta al capolinea.

Il capolinea è il luogo dove, nel viaggio, termina la strada ferrata e si apre la piazza; termina la certezza rilassante del binario e si apre l’incertezza dello spazio aperto.

  • A chi non è capitato di giungere al terminale di una stazione e aver percepito mescolarsi alla gioia dell’approdo una sottile trama, fatta di dolore/ansia che fa esitare, circa il dove andare?

È in questo stato d’insicurezza, fatto di linee di Passato e linee di Futuro, le quali si annodano e si distanziano, che si rigenerano le restaurazioni e i risorgimenti di ogni Epoca.

Cercando di superare una logica oppositiva, lineare e sequenziale, che tende a ridurre gli spazi di significati, isolando le parole, come tante realtà distinte, si può guardare a queste due diversità, restaurazione/risorgimento, come ad un unico processo che in simultaneità, si afferma e auto-delimita.

Leggendo con un occhio eco-biostorico, il restaurare implica, portare in luce quello che ormai si è offuscato o invecchiato, per il passare inesorabile del tempo.

Il tempo come quarta dimensione dello spazio, incide sui campi di realtà, deformandoli per effetto della dinamica perturbativa dei quanti storici.

La restaurazione necessita, ogni qual volta si vuol porre un argine o un freno all’azione entropica del divenire storico. Il divenire come dimensione di futuro, implica un campo aperto, cioè un’organizzazione che implicitamente contiene delle aree di non prevedibilità o meglio di non governabilità: per quanto si possano elaborare ed intrecciare le linee di futuro, c’è sempre una maglia che sfugge, che crea una falla nel sistema di previsioni e rende precarie le mappe di lettura, sin lì elaborate.

Dopo l’Imperio napoleonico, infatti, si avvertì il bisogno di una restaurazione, non solo per riproporre gli antichi privilegi, ma essenzialmente per imparare a leggere il nuovo che era emerso, dietro gli eserciti francesi. Nuovo che aveva sconcertato gli stessi rivoluzionari che si erano sentiti spaesati, di fronte a quello spazio aperto di mercatura e di legislatura. Ma, legittimata la Restaurazione con il Congresso di Vienna (1814-’15) ed avviata la lettura del nuovo, automaticamente si innescarono i Risorgimenti: questi vanno interpretati come la conseguenza naturale di quella riorganizzazione storica che fece prendere posizione, alle nuove generazioni dell’epoca, di fronte al divenire della Storia.

Riflettendo meglio, il prendere posizione in favore delle linee di futuro, procede di pari passo con la capacità di lettura: più chiara è la lettura della complessità della vita e più facile è prendere una posizione in funzione del mutamento; viceversa meno chiara è la lettura del nuovo, è più difficile diviene, quindi, liberarsi del passato.

Il non essere in grado di attuare una revisione del proprio pensiero, dà luogo alle dittature e alle supremazie che fanno da sfondo ad ogni economia e società.

Importante è accettare che in ogni sistema politico-economico c’è un grado più o meno grande di tirannia/libertà, grado che procede in relazione alle capacità più o meno grandi di lettura del divenire storico.

Leggendo in tale ottica la realtà storica, si evince che i Regimi conservatori e reazionari, sono in uno stato di crisi di lettura della nuova realtà storica, a struttura globale. Stato di ignoranza che li porta a mettere in atto una serie di azioni, anche violente, per bloccare il movimento della Vita.

  • Ma il processo storico si fa inesorabile, nel suo procedere verso il futuro!

  • Anzi, più feroce è la repressione, più facile diviene la presa di posizione a favore del cambiamento!

Se da tale bivalenza, restaurazione/risorgimento, non è dato uscire, allora c’è da chiedersi:

  • Come rispondere in modo più funzionale alla vita, personale e collettiva?
  • Come rendere meno stridente l’azione del cambiamento?

La risposta è data in parte degli studi sulle bio-scienze e in parte da quelli sulle neuro-scienze, che stanno ponendo da una lato il concetto di bio-informazione, e dall’altro quello di lateralizzazione del cervello.

Leggere la dialogica della Vita in termini di bio-informazione implica inserire, nella dinamica relazionale individuo-campo, la presenza di uno scambio informativo che vincola, modellandoli, i processi evolutivi di entrambi. Se il passaggio d’informazione è alla base del divenire storico, ciò significa che nell’Azione del Comunicare si genera nell’individuo-campo uno stato bivalente di disordine/ordine, come una alternanza di stadi di de-strutturazione/ri-strutturazione, in funzione delle perturbazioni quantiche.

Se, inoltre, la lateralizzazione del cervello è una delle maggiori conquiste evolutive della specie umana, essa implica che la mente umana può assumere una bivalenza di tendenza che lo porta a riflettere sulle azioni e nel contempo ad agire, attraverso una fitta rete di cellule neuronali che comunicano tra loro, tramite un elevatissimo numero di sinapsi cioè di connessioni inter-neuronali. In questo gioco informativo si può parlare di pensiero critico e pensiero creativo che svolgono le funzioni di meta-cognizione e di cognizione che portano: il primo, a riflettere e a giustificare quanto è stato codificato o appreso; il secondo, ad aprirsi all’azione, inventando le nuove linee evolutive degli stessi apprendimenti. In tale gioco di riflessione/azione l’uomo entra da Protagonista, come secondo giocatore, nella dinamica del divenire storico.

Il riflettere e l’agire a loro volta entrano in relazione con la percezione dell’andatura del Tempo.

In un sistema lento il tempo della riflessione sarà più ampio, in un sistema veloce, invece, esso si restringerà, poiché le risposte storiche alla vita si amplificheranno, per effetto dell’accelerazione nel processo perturbativo dei quanti d’evento.

Per essere più chiari, in una Società ad Isola le variazioni storiche saranno contenute e limitate, quindi le letture più semplici e convenzionali. Viceversa in una Società ad Arcipelago, le azioni perturbative saranno amplificate, essendo nel contempo più grande e più diversificato il campo di azione. Qui le letture saranno molteplici e, a volte, anche contrastanti. Ne consegue che, se in un sistema lento potrà essere privilegiato il pensiero critico, che frena l’azione, non essendoci necessità di azioni, in uno veloce, si dovrà, necessariamente, potenziare il pensiero creativo, che, aprendo a soluzioni inusitate, è più funzionale al dinamismo del Campo.

Osservando lo scontro in atto, dietro al processo di Globalizzazione, si può affermare che questa conflittualità ha basi essenzialmente cognitive, più che ideologiche o economiche o giuridiche, in quanto le carte di lettura utilizzate nella gestione-ideazione degli eventi sono mutate. Ed è proprio tale cambiamento a creare le incomprensioni tra chi è attrezzato mentalmente al nuovo e chi è prigioniero nelle tradizionali letture, obsolete e a-storiche.

Necessita, quanto prima, da parte di tutta quanta la leadership mondiale, un Salto di Paradigma che porti a privilegiare il pensiero creativo. Salto che purtroppo non tutti compiono nello stesso momento: il tempo gioca un ruolo importante nella costruzione delle bio-diversità.

Il tempo agisce, poi, in relazione agli stati mentali e culturali. Ad esempio si è studiato che il salto paradigmatico implica uno stato iniziale di sofferenza, per cui è dal dolore che si è spinti a cambiare il modo di vedere, non è un caso che il Sistema Informatico si sia impiantato immediatamente dopo la Crisi Petrolifera, seguita alla Guerra del Kippur (1973).

Per essere più chiari, il salto di paradigma si attua quando la parola si apre ad un nuovo senso-direzione (= significato).

L’incomprensione tra gli Stati, le Società, gli individui, nasce, quando non si accetta la plasticità della parola, quando si tende a chiudere-circoscrivere e assolutizzare la parola all’interno di un unico contesto e questo porta a non comprendere la stessa parola, se usata in un contesto nuovo.

Da un punto di vista eco-biostorico, la plasticità della parola implica la plasticità del pensiero e quella dello sguardo-lente con cui si osserva.

La plasticità è legata ad un abito mentale che fa essere osservatore-ricercatore di significato-valore e non solo custode-garante di significato-valore. Per essere più precisi, nella comunicazione si giocano rapporti di potere che vengono di fatto attribuiti alle stesse parole: chi non ricorda, negli anni ’70, le logorroiche discussioni se era più esatto chiamare Mazzini un democratico o un moderato? Secondo i marxisti era un moderato, secondo i democristiani un rivoluzionario!

Il ricercatore non tende a cristallizzare il significato delle parole, egli sa che il senso-direzione è relativo al contesto di osservazione e se cambia, anche di una virgola, il contesto, automaticamente la parola assume una sfumatura nuova, più consona al nuovo campo di lettura.

Accettare ciò non equivale ad aprirsi al relativismo.

È bene precisare che relatività e relativismo sono due significati contrari: il primo si pone in senso positivo e il secondo, negativo. La differenza si gioca sulle conseguenze eco-biostoriche legate alle due visualizzazioni:

Se è relativo, implica un contesto circoscritto che dà il senso-direzione e, nell’indirizzare, pone un vincolo testuale alla parola.

Se invece è relativismo, non si accetta il vincolo-limite tra parola-contesto e facendo così, il significato viene, indifferentemente, trasferito in più contesti. Ma ciò svuota la parola di senso-direzione. Ad esempio, se è vera l’affermare “Essere donna è bello!” in Francia, non lo è, altrettanto, in Cina, Stato in cui, per la politica del controllo delle nascite, ci sono stati molti casi di infanticidi di bambine, per il desiderio delle coppie di avere il figlio maschio.

  • Da un punto di vista biostorico, la parola entra nella costruzione della Storia, in quanto indirizza le linee di futuro, edificando i piani di Realtà.

La difficoltà alla base delle incomprensioni, in genere, è che gli stati mentali-culturali sono diversificati. Per economia di spesa, infatti, si tende a chiudere la parola nel contesto usuale; ciò di fatto è, negare l’apprendimento, visto come un imparare ad aprirsi ai significati nuovi. In questo chiudersi, si smette di dialogare e, una volta consolidato il significato, si tende ad associare alla parola uno stato di potere. Ad esempio Aristotele è stato un grande, oggi si direbbe un creativo o, usando il de Bono, una corrente di idee, ma non si può dire altrettanto della Scuola Aristotelica, che tendeva a bocciare tutto il nuovo che stava emergendo nei secoli seguenti, cristallizzando la terminologia aristotelica. Dove l’inghippo? Nello Stato di Potere: essa aveva negato la possibilità di altri contesti-osservazioni-evoluzioni, cioè aveva negato la bio-diversità, affermando la Supremazia Aristotelica.

Spogliarsi dello stato di potere è difficile, in quanto ad esso è legato anche un discorso di gestione del flusso di moneta; ma lo Stato di Potere, quando lo si afferma, implica tacitamente il superamento dell’Idea. Affermare, perciò, il potere di una Cosca mafiosa o di una Elite religiosa o economica, significa, automaticamente, porre ad essi un confine che li chiude-circoscrive in uno spazio di azione-consenso limitato. Ma osservando bene, nel chiuderli, di fatto, si apre un altro spazio di Realtà, che va oltre la linea del confine e che si pone come un Novello Risorgimento di libertà, idealità e legalità.

Nella consapevolezza di tale procedere della Vita, nasce la certezza che si può essere più forti delle supremazie, dei soprusi e delle ingiustizie e degli attentati di ogni Epoca. Solo velleitariamente si può credere di fermare il divenire della Storia. Divenire che, aprendosi all’alea del non-atteso, del non-previsto, è democrazia, in quanto porta l’Individuo (sia esso cellula o molecola o nube o foglia o uomo) a distinguersi dal Campo, emancipandosi da esso. In tale processo d’emancipazione, si costruisce la storicità dell’Individuo, che gli fa assumere una posizione nello Spazio del Universo Storico, consumando il Tempo.

San Francesco, apostolo del dialogo cristiano-mussulmano, ha dato un esempio-indirizzo d’azione: inseguire il processo di futurizzazione della Storia, spogliandosi mentalmente dal bisogno di potere. Certo non è facile, ma solo l’umiltà fa essere uomini nuovi!

Si potrà progettare il futuro, assumendo un abito mentale nuovo, ma sia chiaro non con l’intendo di sostituirsi al potere consolidato e cattedratico, ma per non perdere la plasticità della propria mente-azione; per non smettere di ascoltare, di comprendere, di immedesimarsi nel Campo, di aprirsi alle incognite del domani e di commuoversi alla Vita. Non dovrà essere lo sguardo indirizzato al dominio, ma all’apostolato, alla gioia del condividere gli “appresi”, del dividere insieme il pane della Conoscenza. In questo, dividere insieme, si attua il Salto Cognitivo che apre alla Società della Conoscenza, poiché nel dividere si svolge il doppio ruolo-funzione di emittente/destinatario, che fa affermare/ascoltare, riaffermare/riascoltare… secondo la dialogica della Vita, dialogica che permetterà di restare nella Storia.

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